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Esiste ancora la "Medicina del Lavoro"? - Maggio 2004

Esiste ancora la "Medicina del Lavoro"?

Raccogliere la sfida dei nuovi tempi per affrontare i problemi della tutela della salute nei luoghi di lavoro. La Medicina del Lavoro è oggi ad un bivio: o ricostruisce una propria unitaria visione, una metodologia e una prassi comune o rischia di languire in mezzo ad una crisi che coinvolge tutti i soggetti attivi nei processi di prevenzione nei luoghi di lavoro.

Una crisi che ha origini dal forte mutamento dell'organizzazione del lavoro ma anche dall'abbandono di una visione "soggettivistica" e "omocentrica" della sicurezza che ha contraddistinto la storia recente della prevenzione.

Le fasi che hanno caratterizzato questi ultimi 25 anni di vita della nostra disciplina hanno avuto un andamento contrastante ed è utile ricordarle per capire meglio quello che succede oggi.

Durante tutti gli anni '80 ed i primi anni '90 sembrava che la Medicina del Lavoro potesse resistere ai notevoli mutamenti favoriti dalla L. 833/78 (Riforma sanitaria) ed anzi dovesse crescere su nuove basi.

I colleghi che avevano studiato alla fine degli anni '70 ed hanno cominciato a lavorare nei primi anni '80 si sono ritrovati ad operare in un quadro completamente diverso rispetto a pochi anni prima.

Fino alla fine degli anni '70 infatti la composizione "sociale" dei Medici del Lavoro era riconducibile sostanzialmente ai medici universitari, a pochi medici "di fabbrica" e a qualche collega dell'ENPI e del'Inail.

Con la creazione, al Nord ed al Centro Italia, dei Servizi di Medicina del Lavoro delle USL una nuova importante competenza (la vigilanza) si appaiava alle altre.

La nostra disciplina da un lato si è giovata della crescita di interesse e della innegabile spinta per la tutela della salute nei luoghi di lavoro data dalla 833/78 e dai Decreti legislativi di derivazione europea di primi degli anni '90, dall'altro non ha saputo/potuto rielaborare teorie e comportamenti che unificassero la disciplina sotto il profilo scientifico e applicativo.

Il respiro culturale e scientifico che ha permesso in Italia ed in Europa di arrivare alle Direttive europee degli anni '80 e ai D.Lgs. nazionali degli anni '90 si è, già alla fine degli anni '90, molto affievolito.

Le varie fasce di interesse hanno così iniziato a divaricarsi trovando anche momenti organizzativi specifici (Collugium Ramazzini, Snop, Anma) senza la possibilità di sviluppare una visione comune, incentrata sulla Società Scientifica di riferimento della disciplina, la SIMILI.

Le sfide culturali, metodologiche e scientifiche che venivano poste dai mutamenti epocali dell'organizzazione del lavoro, dalle grandi crisi energetiche e di mercato degli anni '80, dalla internazionalizzazione del mercato del lavoro e dalla sempre maggiore flessibilità dell'impiego non hanno trovato risposte adeguate.

Si è iniziato a vedere il "mondo" solo dalle angolature specifiche perdendo di vista un approccio unitario e unificante della disciplina.

Nessuno Medico del Lavoro ha mai negato le proprie basi culturali. Nessuno ha mai abiurato ai riferimenti del Codice Etico dell'ICOH. Tutti hanno operato secondo le metodologie della multidisciplinarietà e considerando la prevenzione l'obiettivo più importante da raggiungere.

Ma ciascuno ha iniziato a sviluppare specifiche metodologie d'approccio e proprie pratiche operative senza tener conto della complessità del mondo della Medicina del Lavoro. Così l'elaborazione delle teorie e della prassi dei servizi della ASL ha avuto un innegabile affermazione, anche a paragone degli altri modelli europei e, mentre altri colleghi si preoccupavano di armonizzare i piani di studio e di organizzare le Scuole di Specializzazione, i "nuovi" Medici del Lavoro Competenti cominciavano a svolgere la loro attività in quasi completa solitudine.

Così la grande ricchezza e varietà degli approcci della disciplina di Medicina del Lavoro (clinica-diagnostico, preventivo, assicurativo, epidemiologico, didattico e di ricerca) non hanno trovato un corrispondente riscontro in una grande "casa comune".


La frammentarietà della Medicina del Lavoro, insieme ad altri elementi strutturali, economici e politici, ha portato anche ad un ridimensionamento dell'approccio unitario ai problemi della tutela della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro. La tanto decantata centralità dell'uomo nei processi di prevenzione, che aveva preso il posto della "sicurezza oggettiva" delle macchine di epoca passata, ha cominciato a vacillare. La crisi della Medicina del Lavoro, così come descritta, ha un oggettivo riscontro nel rinnovato spirito di "oggettivazione" tecnica nei luoghi di lavoro. Le nuove proposte normative e organizzative risentono di questo nuovo approccio "ingegneristico" (senza niente togliere all'importanza e alla centralità di questa figura). Ma quale ruolo specifico rimane ai Medici del Lavoro dei Servizi?


E che dire dei medici competenti?

Aspetti economici e politici stanno riducendo sempre più gli spazi "formali" e "non formali" di intervento preventivo nei luoghi di lavoro e i provvedimenti di "semplificazione" preannunciati costituiranno un ulteriore ridimensionamento degli spazi di agibilità di tutte le sfaccettature della Medicina del Lavoro, comprese quelle dei Medici Competenti.

In questi anni sono stati probabilmente commessi anche errori e probabilmente nessuna componente ne è esente.

Con lo sviluppo, negli ultimi anni, delle Linee Guida e della ricerca di momenti di formazione d'eccellenza la SIMILI ha cercato di offrire un quadro di riferimento, almeno scientifico, se non organizzativo, ai Medici del Lavoro Competenti e questa strada deve proseguire investendo anche altre fasce d'interesse della disciplina, alla ricerca di un terreno comune di confronto con tutte le realtà organizzate che fanno in qualche modo riferimento alla disciplina.


Oggi il quadro dei possibili impieghi lavorativi dei Medici del Lavoro è veramente ampio:

  • Carriera universitaria.
  • Medico Inail, Ispesl e di altri Enti.
  • Medico competente.
  • Medico di patronato.
  • Medico ospedaliero.
  • Medico dei servizi di prevenzione ASL.
  • Epidemiologo.

Le nuove spinte normative e culturali impongono una svolta a tutti e credo che le sempre maggiori difficoltà nel nostro mondo suggerisca di limitare le tendenze centrifughe. È il momento di unire le forze, di cercare alleanze e di rielaborare tutti insieme sulla base di quella "intelligenza collettiva" che certamente nella Medicina del Lavoro non manca.

Anche soggettivamente molti colleghi e strutture cominciano a chiedersi se vale la pena di cancellare la possibilità di costruire/ricostruire un "luogo comune" di discussione ed elaborazione scientifica e metodologica nell'ambito della Medicina del Lavoro, riconoscendo a ciascun indirizzo un proprio momento organizzativo e professionale.

È una sfida che credo che tutti i Medici del Lavoro dovrebbero raccogliere. L'alternativa è un forte ridimensionamento della prospettiva "soggettivistica" della prevenzione e un indebolimento delle reali capacità preventive di tutti i soggetti impegnati in questo difficile ma affascinante campo di lavoro.

  • Prof. Alfonso Cristaudo, Medico del Lavoro - Direttore U.O. Medicina Preventiva del Lavoro - Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana

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